L’evoluzione della barca a vela e le reticenze dei velisti

evoluzione della barca a vela

L’evoluzione della barca a vela

Se ciò che si vede nei social è specchio della realtà allora i velisti sono una tribù decisamente restia ad accogliere l’evoluzione della barca a vela. Per esempio, posta la foto di una barca insolita perché innovativa, qualsiasi cosa ciò voglia dire. Per esempio un Imoca 60 con i foil o un Ac75, tanto per restare sull’attualità. Se leggi i commenti ti trovi di fronte a un muro di rifiuti. Fatti 10 i velisti (do per scontato che lo siano sul serio) che digitano la loro verità, sette considerano la barca in questione di sicuro brutta, inutile e offensiva, se non addirittura pericolosa o persino immorale.

 

Le reticenze dei velisti

Le cose peggiorano se la barca è grande e decisamente fuori dagli schemi. I due esempi citati sopra non erano casuali, ma va bene anche qualsiasi grande yacht da crociera: in questo l’astio dei velisti è democratico.
Faccio un passo indietro per chiarire i presupposti. Ognuno ha diritto di criticare qualsiasi cosa, anzi, ben venga la critica, se ha delle basi. Così come tutti hanno la facoltà di esprimere un parere estetico. Siamo, se Dio vuole, liberi di affermare: «quella barca mi fa schifo, perché è brutta». E non è che non c e ne siano di barche brutte. Ciò che non ha senso è affermare che una barca è sbagliata perché non è fatta come quelle che c’erano prima.

 

La barca d’epoca del futuro

Non capisco su che basi si neghi a un progetto disegnato oggi la possibilità di possa essere, tra 100 anni, il nuovo Orion, un nuovo J Class, una nuova Croce del Sud, Creole, Avel o qualsiasi altra barca d’epoca abbiate ammirato in uno degli ormai tanti raduni d’epoca. Lasciamo stare lo sport, di cui abbiamo già parlato con il Vendée Globe o la Coppa America. Se ci riferiamo solo alle grandi barche da crociera, l’accusa più frequente lanciata dai velisti che hanno capito tutto del mondo è: «È roba da russi (o da arabi). E allora, dove sta il problema? È perché non hanno gusto? Mal di poco e soprattutto sono solo fatti loro: se non vi piace non guardatela. Il problema è che spendono e spandono solo per farsi vedere? Vi do una brutta notizia: i ricchi hanno sempre ostentato la loro ricchezza (o per lo meno la maggior parte) altrimenti per cosa si spaccano le teste (e non solo) a lavoro per 12 ore al giorno tutti i giorni? Le storie di begli ereditieri che vivono di rendite sono ben poche nel mucchio dei grandi spender. O magari il punto è che «quelli là» non hanno tradizione marinara? Ecco, fate una cosa facile facile, controllate su Wikipedia: russi e arabi hanno sempre navigato.

Detto ciò, non dimentichiamo che i suddetti russi e arabi quando costruiscono i loro colossei in mezzo al mare danno da mangiare a molte famiglie italiane. Se non fossero arrivate le bianche tuniche degli arabi a comprare le barche dalla fine degli Anni 70 e poi i russi dalla fine dei 90, molti cantieri italiani oggi ancora in vita non ci sarebbero più e molti altri non ci sarebbero stati proprio.

 

Grande è sempre bello?

Perché la grandezza si perdona, anzi si osanna, in un manufatto del 1910 e si condanna nello stesso oggetto costruito 100 anni dopo? Perché uno è realizzato a mano in legno e l’altro nasce su uno stampo in laminati complessi e fibre esotiche? Eppure sono entrambi figli dell’ingegneria umana e dell’abilità costruttiva di esperti tecnici navali. Entrambi rappresentano lo stato dell’arte nel momento della loro nascita. Sono entrambi oggetti grossi e costosi costruiti per persone molto ricche che vogliono andare per mare a fare quello che preferiscono: essendo la stessa cosa, vorrei sapere, che cosa nobilita la vecchia e, allo stesso tempo, volgarizza la nuova. Un 50 metri all’ormeggio monopolizza una baia (come ho letto su un commento sotto una foto), indipendentemente dal fatto che sia una barca bella ed elegante come l’Orion (che è lunga solo 48, ma pigliamo buona l’approssimazione) varata nel 1910 o il criticato (e criticabile) Wally Another Place.

 

Comunque schiavi di qualcosa

Altra critica, oltre, all’impatto ambientale, è l’assenza di contatto con il mare e con la vela. L’armatore della suddetta Orion quanto è velista? E quello dell’Another Place? Uno per l’elettronica, l’altro per la manovalanza, sono comunque dipendenti da un aiuto esterno per uscire a fare due bordi. Non diciamo per andare in regata. E perché in termini di fruibilità i muscoli sono preferibili al software? In cosa sono meglio? Si stancano, mangiano, fanno rumore, occupano spazio: in crociera mica devo per forza avere 50 persone in coperta ogni volta che voglio andare a fare il bagno… per romanticismo, certo i marinai coi baffi, in tuta bianca col cappellino… da marinaio! Però, se scioperavano, come successe a Sir Sopwith, ti giocavi la Coppa America. O, semplicemente, non uscivi a fare il bagno. Da notare che l’oggi ammiratissimo J Class Endeavour era una barca che non aveva niente a che fare con le sue contemporanee. Usava elementi e materiali derivati dall’industria aeronautica (sir Sopwith era quello dei Camel, per dire, l’aereo da caccia alleato con più abbattimenti avversari): alluminio per l’albero, winch e attrezzatura di coperta mai visti prima su nessuna barca; genoa quadrilaterale e randa a doppia bugna, usata ancora oggi in nelle regate dei J class. Per i materiali utilizzati era più simile a un aereo da caccia che al suo avversario Rainbow.

 

Liberi di amare

Uno ha il diritto di amare ciò che ritiene più affine alle sue corde, piena libertà di esaltare ciò che ritiene bello e venerabile. Ma dovrebbe avere l’umiltà morale di pensare che magari quell’architetto navale, quel progettista o quel designer, ha visto un po’ più in là di lui. Gli potrebbe stare presentando oggi quello che i suoi nipoti ammireranno alle regate d’Imperia del 2120. Ribaltando la situazione, non vi sareste sentiti dei privilegiati se fosse stati i primi a vedere un Britannia (quello del 1893 progettato da George Lennox Watson per Edoardo VII d’Inghilterra e trasformato poi in uno dei primi J Class), o il Columbia del 1871 o il Vigilant di Herreshof della fine degli Anni 80 del XIX secolo? D’altra parte anche allora c’era la guerra tra chi, come gli inglesi, preferiva le barche strette e profonde (plank on the edge, le tavole sul bordo) adatte alle loro arie gagliarde, che però, una volta giunte sulle coste degli Stati Uniti, erano surclassate dagli skimmin’ dish (i dischi che portano via la schiuma dal latte) larghe e poco profonde, perfette per le ariette yankee, veloci, ma tuttavia poco abitabili e quindi anche poco adatte ad attraversare gli oceani.

 

Impariamo dalla storia

La battaglia, che sia dei cutter contro gli sloop, dei monotipi contro le barche a racing, delle barche grandi contro le piccole c’è stata e ci sarà sempre, ma per cortesia, anche se siamo velisti, cerchiamo di imparare dalla storia: le barche nuove, quando appaiono, hanno sempre qualcosa di non visto prima e che fa scuotere la testa a chi pensa che tutto ciò di buono è già stato fatto. E se può essere vero che una barca vecchia ha più fascino di una nuova, sfido chiunque a dire che un Elan GT6 o anche un Impression 40.1 non siano più veloci, più comodi, più facili da portare e più economici da gestire di un 30-linear rater come Zinita disegnato da William Fife (III) nel 1901.

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