Le tecniche di ancoraggio

Se abbiamo accuratamente scelto il tipo d’àncora più adatta e con essa ci siamo dotati dell’attrezzatura più idonea a farla funzionare, non é detto che tutto ciò sia sufficiente per effettuare un buon ancoraggio. La tecnica per compiere una manovra così importante sia per la sicurezza dell’imbarcazione sia per la tranquillità dell’equipaggio richiede una certa perizia e qualche nozione. Per prima cosa dovremo individuare uno specchio d’acqua sufficientemente protetto dai venti dominanti e non soggetto a risacca, poi analizzeremo la profondità e il tipo di fondale per scegliere: dove dar fondo, quali e quante àncore usare, la linea d’ormeggio e la lunghezza più idonea affinché il nostro “ferro” tenga. 

 

Un’importante precauzione: se dovete passare lì la notte, non prendete in considerazione lo stato metereologico che trovate all’arrivo, ma cercate di prevedere i cambi di brezza e le rotazioni delle prossime dodici ore. Con questa premessa dovrete considerare che la vostra barca potrà ruotare di 360° rispetto al punto in cui ha fatto presa l’àncora e perciò osserverete le debite distanze da altri yachts. Sembrerà ovvio e anche banale, ma giova ricordare che tutti i natanti ruotano, perciò le distanze dovranno tener conto che mai la circonferenza dell’uno s’intersechi con quella dell’altro. In questa fase preliminare farete uso dell’ecoscandaglio e della carta nautica per analizzare profondità e consistenza del fondo e quindi darete inizio alla manovra procedendo a motore, poiché l’esecuzione dell’ancoraggio a vela lo consiglio solo a equipaggi affiatati di esperti velisti.


Lo skipper comanderà la manovra dal pozzetto con ordini tempestivi e molto chiari a un membro esperto dell’equipaggio che starà a prua, indossando scarpe o stivali e possibilmente un robusto paio di guanti da lavoro. Se non avete già fatto altre esperienze con chi esegue la manovra a prua, siete esentati dal fare i fighi con ordini del tipo “filare”, “calumo” e “imbando”; parlategli in terrazzano ordinandogli di “mollare piano piano la catena, di fermare (addirittura !) la …corda”. Poi, dopo cena e comunque non oltre la mattina seguente, dedicatevi a istruire lui e gli altri sulla manovra di ancoraggio e di recupero. Potrà capitarvi che abbiate seri dubbi sulla tenuta di quel fondale, poiché é costituito da alghe, da ghiaia o da conchiglie, suggerendovi di dar fondo a due ancore. Allora sceglierete se vi convenga afforcare o se basti appennellare le due ancore e quindi garantire una buona tenuta della vostra barca, rispettivamente se desiderate limitare il campo di rotazione dello yacht oppure, aumentare la tenuta, mantenendovi sempre alla ruota.


Dar fondo a due ancore appennellate è molto semplice poiché consiste nel collegare tra loro, in linea l’una dopo l’altra e con pochi metri di catena di separazione, un’àncora più piccola che serve a rafforzare la tenuta di quella successiva più grande. L’afforco invece richiede una maggiore perizia poiché dipende dall’angolo che si va a creare con le due linee d’ormeggio la maggiore o minore ritenuta totale dell’ancoraggio. Gli angoli variano dal minimo di 30 a un massimo di 120 gradi, con maggior ritenuta e meno campo di giro nei valori più bassi. La manovra viene effettuata a motore o talvolta con l’impiego del battellino di servizio a evitare l’incattivamento delle due linee d’ormeggio. Se il vento é già forte, sappiate che la manovra con il tender diventa molto difficile ed é quindi consigliabile effettuarla navigando al traverso e dando fondo alle ancore a una distanza fra loro che sarà, per un angolo di afforco di 45°, orientativamente pari al calumo che si è deciso di dare per quella profondità. Praticamente in 6 metri d’acqua con un calumo di 5 volte e cioé di 30 metri di catena per ciascuna àncora, la distanza tra le due oscillerà tra 25 e 30 metri per angoli inferiori a 45°, giungendo anche a 50 metri per afforchi vicini ai 120°.


Per verificare se qualsiasi tipo d’ormeggio “tiene” si consiglia di effettuare due rilevamenti sulla costa traguardandoli, da seduti e fermi sempre allo stesso posto, con una sartia o un candeliere. Se si arretra o si esce dal cerchio del calumo significa che la nostra ancora sta arando. Finalmente si riparte e bisogna salpare. Il modo migliore per spedare l’àncora consiste nel fare una leggera marcia avanti e recuperare contemporaneamente il calumo finché, giunti sopra la perpendicolare, si mette in forza il salpancore a barca ferma. Se tutto va bene si issa a bordo tutta l’attrezzatura altrimenti si ricorre al grippiale che, prudentemente, avremo filato nel fare l’ancoraggio oppure attrezzeremo subito una grippia d’emergenza. La grippia é una sagola che viene annodata al diamante dell’ àncora e reca in superficie un galleggiante, cioè il grippiale, per segnalare dov’é l’ancora a picco e per sfilare le marre che si fossero eventualmente incastrate, per esempio, sotto un sasso.

 

Nell’emergenza invece si userà una cima con un laccio appesantito, che verrà poi fatto scorrere lungo la catena finché, arrivato in fondo, consentirà di far leva sul diamante dell’àncora. In finale una curiosità: si attribuisce al greco Eupalamo la creazione dell’àncora in ferro, ma é merito del filosofo e saggio Anacarsi l’aggiunta del secondo braccio che servì ad aumentare la presa sul fondo. Anacarsi, ritenuto uno dei sette saggi, viaggiò moltissimo e fece infinite esperienze, e quando rientrò in Scizia, sua patria d’origine, venne ucciso per aver tentato d’introdurvi culti orgiastici. Nella mia cuccetta, quando il vento fischierà e sentirò che l’ancora però tiene bene , penserò:” sarà stato anche un pò biricchino,ma…… molto intelligente ‘sto Anacarsi”. Buon vento.

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