Non rompete i … alla Coppa America

Qualche giorno fa, ad Auckland, in Nuova Zelanda, hanno varato Barca 2. «OK, quindi?» Chiederanno i miei piccoli lettori. Dunque, Barca 2 è il secondo AC75 Luna Rossa , vale a dire la barca con cui il team Luna Rossa Prada Pirelli, portacolori del Circolo Vela Sicilia, vuole portare in Italia la Coppa America, messa in palio per la 36a volta dal 1870. Cioè, la storia inizia nel 1851 quando la goletta che poi darà il nome al trofeo, straccia la flotta inglese nella Coppa delle 100 ghinee e quella brocca d’argento dalla discutibile riuscita estetica se la porta negli States. Anzi forse è più giusto dire che la storia vera e propria del più antico trofeo sportivo del mondo comincia ufficialmente nel 1857. L’8 luglio di quell’anno, infatti, i membri sopravvissuti del sindacato che aveva armato e poi condotto America, donano la coppa al New York Yacht Club con il Deed of Gift, di fatto un atto notarile depositato alla Suprema Corte di New York. In cambio chiedono di istituire un trofeo challenge (ovvero posseduto pro-tempore dal vincitore di ogni edizione, ma mai vinto in via definitiva) che «promuova un’amichevole competizione tra nazioni».

 

Il Deed of Gift regolava, e regola tuttora, i limiti principali entro cui disputare le regate. Di base il Defender, com’è facile indovinare anche per chi non parla inglese, difende la Coppa e stabilisce le regole di regata, sempre in conformità con il Deed of Gift, e il Challenger prova a portargliela via. Una regola di base semplice che ha consentito all’Auld Mug, la Vecchia Brocca come è affettuosamente chiamata, di essere messa in palio ininterrottamente da allora. Certo, via via sono serviti vari aggiustamenti, come quello che ha eliminato l’obbligo di arrivare navigando in autonomia sul luogo della sfida pur imponendo la costruzione della barca nel paese originario dello yacht club che lancia la sfida al Defender. Ma non sono per esempio cambiate le regole che riguardano le dimensioni delle barche o il numero minimo di prove (al meglio delle tre regate) o la necessità di regatare in acque aperte. La sua semplicità di base ha tuttavia generato anche dei mostri. Come, per esempio, le sfide impari del 1988 dove un cat di 12 metri annientò un monoscafo di 36 o quella del 2010 quando il trimarano di Oracle battè (2 a 0) il catamarano svizzero Alinghi, riportando la Coppa negli Usa. Se però le sfide non nascono da dispetti, come in questi due casi, ma da una amichevole competizione tra nazioni o meglio, tra yacht club, il Deed of Gift ha consentito all’America’s Cup di diventare il principale banco di ricerca nella vela. Tanto da consentire di avere in mare, oggi nel 2020, dei monoscafi che navigano in foil e che superano i 50 nodi di velocità.

 

Ora si apre il dibattito: è ancora Coppa America questa? Lo so che ci sono moltitudini di velisti che pensano: quelle con i foil non sono barche a vela… vuoi mettere il fascino dei J Class o dei 12 metri in confronto ai catamarani (e per giunta coi foil) o, peggio, a questi che ci hanno detto che erano monoscafi e invece sono ranocchie con le zampe palmate e che volano (e daje…). Ecco, la risposta è: Sì, è America’s Cup e nella sua accezione più profonda. Perché la Coppa non è vela, è Coppa America. È il simbolo della voglia che hanno alcune persone di volersi e di sapersi distinguere, di lasciare un segno nella storia (per quanto piccola e di nicchia sia). Nel 1851 quando il gruppo di imprenditori yankee organizza il sindacato che costruisce America ci va a Cowes non sconfigge solo la flotta armata dalla meglio nobiltà inglese: rende evidente la nascita di una nuova era. Il cuore del mondo si è spostato dalla vecchia Europa, dove una decadente nobiltà è più intenta a mostrare quanto è potente costruendo regge galleggianti che a fatica si muovono, alla rampante America, dove dei self made man, pragmatici e determinati, arrivano dove vogliono arrivare. L’immobilismo della civiltà ormai matura annientato dal modernizzante fuoco dell’impero nascente. Il fatto che si disputi con attrezzi che si muovono col vento è casuale, si sarebbe potuta disputare su trattori a molla. Le barche sono di sicuro dei divertentissimi giocattoli da usare, ma quanti di quelli che hanno pagato le varie sfide hanno timonato la propria barca? L’ultimo a farlo in maniera continua è stato Ted Turner con il defender Courageous nel 1977). In ogni caso sono degli eccellenti sistemi per mostrare quanto si è ricchi, perché alla fine fare vedere che si è perché si ha è una tentazione cui cedono in tanti, a partire da chi investe decine di milioni per un oggetto non indispensabile quanto una grande barca. Poi c’è la sfida, in sé, la conquista del vecchio trofeo. È la molla che ha fatto e fa diluviare denaro in un settore, la vela, che in genere è molto arido di fondi per la ricerca e l’innovazione. Quando negli Anni 30 del XX secolo apparvero i tanto osannati, elegantissimi e ancora strabilianti J Class, in confronto alle barche della gente che normalmente regatava erano degli ufo, per forme e soluzioni tecnologiche, così come lo sono oggi gli AC 75 per noi velisti normali. Quindi, se volete la vela com’era, guardatevi le regate d’epoca, i giri del mondo (anche se pure là, i foil, ormai…), le classi olimpiche, ma non criticate la Coppa. Al limite non guardatela dicendo semplicemente: «quella roba là non mi interessa perché non è vela» e lasciate a noi appassionati di questo meraviglioso gioco il gusto di godere per ogni piccola soluzione rivoluzionaria inventata dall’uomo per andare a vela più forte dell’avversario. E, a proposito, Daje Luna Rossa!

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