Éric Tabarly, il Dio delle onde che ha conquistato il mondo

Eric Tabarly sailing


Considerato da molti il più grande velista della storia, il marinaio bretone è un esempio di tenacia, passione e spirito innovativo

Secondo molti, è stato il più grande. Morto quasi trent’anni fa in circostanze per alcuni assurde, per altri degne del suo mito, Éric Tabarly è tra i pochi uomini di mare a essere entrato nell’immaginario collettivo. Nato a Nantes nel 1931, questo ex ufficiale della Marina e aeronautica francese ha superato più limiti di tutti. Come risultati in regata, certo, ma anche in termini di innovazioni in ambito progettuale e tecnologico. Ripercorrerne la vita può aiutare a farsi un’idea della sua grandezza e, in qualche modo, a comprenderla.

Respirare aria di mare

Tutto inizia il 24 luglio del 1931, a Nantes, in quella che era stata la capitale del Ducato di Bretagna poi annesso alla Francia e diventata capoluogo della Loira Atlantica. La nascita in una città che profuma di mare, ad appena un’ora dall’Atlantico, segnerà il futuro di Éric, così come quei tre quarti di sangue bretone che gli scorrono nelle vene. Il padre Guy, agente delle General Motors con la passione per la vela, porterà il figlio in barca con sé fin dalla sua più tenera età. La storia racconta che il futuro Dio delle onde, come sarà poi ribattezzato Tabarly dal suo allievo e collega Olivier de Kersauson, sale per la prima volta sulla barca di famiglia, l’Annie, quando ha appena tre anni. Pochi anni dopo, compiuti i sette, nella sua vita entra il suo grande amore per non uscirne più. Parliamo del Pen Duick, un “cotre franc” di 15,05 metri in legno disegnato dal grande William Fife III nel 1898, esattamente 40 anni prima l’incontro con Éric. 

L’incontro con la cincia mora

All’epoca la barca si chiamava Butterfly e non se la passava troppo bene. Abbandonata in un canneto perché troppo costosa da mantenere, dopo undici proprietari era stata messa nuovamente in vendita a Basse-Indre, non troppo lontano da dove la famiglia di Éric stava trascorrendo le vacanze. Sarà acquistata dal padre e ribattezzata con il nome bretone della piccola cincia mora. Poi, causa occupazione tedesca, la famiglia viene sfollata e la barca nuovamente abbandonata. E, ridotta male, messa in vendita alla fine degli anni Quaranta. Éric, che in quegli anni frequentava il collegio, fa di tutto per dissuadere l’unico potenziale acquirente e, arruolatosi poi nel 1952 nell’Aviazione Navale, propone al padre di occuparsi personalmente delle spese di ristrutturazione della Pen Duick con la sua paga di militare. Guy regala direttamente la barca al figlio ed Éric ne diventa il tredicesimo proprietario. Nel restaurarla darà prova di quello spirito innovativo che lo farà primeggiare nel mondo nautico.

Un restauro rivoluzionari

In un’epoca, siamo nel 1955, in cui la vetroresina deve ancora invadere il mercato delle barche di serie, il marinaio bretone decide di restaurare la sua amata fasciandola con questo materiale. Ad aiutarlo nel lavoro saranno i fratelli Costantini, titolari dell’omonimo cantiere a La Trinité-surMer, gli stessi con cui Tabarly progetterà il Pen Duick II, un ketch di 13,60 metri con fasciame in compensato marino con carena a doppio spigolo con il quale entrerà nella storia della barca a vela. È con la seconda di quella che diventerà una dinastia di barche – tutte indicate con lo stesso nome seguito da un numero romano – che Éric si presenterà infatti alla seconda edizione della Ostar, la traversata oceanica da Plymouth a Newport. È il 23 maggio 1964 e il nostro non viene all’inizio preso troppo sul serio dagli altri concorrenti. Tutti anglosassoni, il resto dei partecipanti della transat anglaise, la traversata inglese, ritengono che il francese abbia qualche rotella fuori posto se pensa di poter portare da solo una barca da 14 metri. E oltretutto con uno spinnaker di 82 metri quadrati, qualcosa di mai visto prima in regata.

Un orgoglio per la Francia

Dovranno ricredersi 27 giorni, tre ore e 56 secondi dopo, quando il bretone, quasi tre giorni prima del secondo qualificato, attraverserà la linea di arrivo. Dopo una gara non priva di contrattempi. Tra cui il pilota automatico finito fuori uso dopo appena sette giorni di navigazione. Varata solo dieci giorni prima della partenza, la Pen Duick II dimostrerà sul campo tutto il proprio valore. Sia in occasione delle numerose variazioni di vento, affrontate con le mille manovre e i cambi di vela necessari ad affrontare i capricci del tempo, sia nel navigare bene in bolina, con un design studiato ad hoc e la leggerezza del suo scafo in compensato e poliestere, impensabile per i parametri dell’epoca.

La vittoria all’Ostar catapulterà Éric nella leggenda, facendone in direttissima un eroe nazionale. Grazie alla sua impresa tantissimi francesi si avvicinano alla vela e lo stesso generale Charles de Gaulle si congratulerà con lui. Quello che sarà definito l’inventore della vela moderna non deluderà le aspettative dei connazionali.

Primati su tutti i fronti

Nel 1967 vince tutte le regate a cui partecipa: Fastnet, Channel Race, Sydney Hobart e giro del Gotland. Compagna dell’impresa è la sua nuova “cincia mora”, il Pen Duick III, innovativa goletta in alluminio da regata con cui nel ’72 Éric vincerà anche la Transpacifica. Nel 1968 il Pen Duick IV è uno dei primi trimarani oceanici, ma si infrange contro un cargo durante la Ostar. Nel 1969, invece, un’altra vittoria, questa volta sul piccolo Pen Duick V, prima barca a essere equipaggiata con i water ballast per aumentarne il raddrizzamento su cui il bretone trionfa alla San Francisco-Tokyo.

L’ascesa di Éric non si ferma qui, però, perché nel 1976 il marinaio riesce nell’impresa di bissare il trionfo all’Ostar, vinta a bordo del Pen Duick VI, un maxi appositamente progettato per le regate oceaniche costruito nel 1973 su un progetto di André Mauric. Per renderlo ancora più efficiente, Tabarly lo ha dotato di chiglia in uranio impoverito.

Le innovazioni tecniche

Questa non è comunque l’unica delle innovazioni tecniche messe in atto dal velista francese contribuendo al suo successo e al suo mito. Se infatti come già detto il Pen Duick II aveva lo scafo in compensato, risultando più leggero di qualsiasi altra barca sul mercato, il Pen Duick III puntava sull’impiego, in largo anticipo sui tempi, dell’alluminio. Non era da meno il design, con una chiglia a bulbo che anticipava scelte ben più moderne. Con il Pen Duick IV in nostro metterà a punto il primo vero trimaranoda regata con struttura in tubi di alluminio e il primo albero ad ala rotante, mentre il Pen Duick V sarà la prima barca ultraleggera con scafo molto piatto e planante, zavorra liquida e chiglia profonda e aerodinamica.

Volare (e vincere) sull’acqua
Altra passione del Dio delle onde era il foiling. L’idea di volare sull’acqua lo porterà alla messa appunto del suo trimarano volante Paul Ricard. Realizzato in alluminio e lungo 16,50 metri, con hydrofoil applicati sugli scafi con quei trent’anni di anticipo sui tempi, era stato progettato per battere i record. Non ci sarebbe riuscito subito, ma nel 1980, dopo non poche rotture, conquisterà il record della traversata atlantica in dieci giorni, cinque ore, 14 minuti e 20 secondi.

Un maestro in ogni frangente

Grande maestro per altri grandi velisti (tra gli altri, Marc Pajot, il già citato Olivier de Kersauson e Philippe Poupon), che ne hanno riconosciuto la capacità di trasmettere la passione insieme alle competenze, Tabarly non ha comunque conosciuto solo le glorie. E, come chiunque voglia mettere in gioco, ha saputo rischiare, andando incontro a incidenti, capovolgimenti e inevitabili problemi tecnici. Convinto che “rinunciare in una competizione per il fatto che non si può arrivare primi è incompatibile con lo spirito dello sport” e che “la fiducia è un fattore importante senza di essa, nessun progetto può avere successo”, ha continuato non solo a insegnare e a crescere i propri allievi, ma anche a competere. Tra i pochi insuccessi – sempre che così li si possa chiamare – ricordiamo la sua partecipazione a cinque giri del mondo dal 1973 al 1994 senza mai vincerne uno e i forfait dati sia nel 1979, durante la traversata in doppio Point-Europe 1 con Paul Ricard, sia nel 1986, a bordo di Cote d’Or, alla Route du Rhum. Memorabile è in compenso la vittoria a bordo dell’Open 60 Aquitaine Innovation della Transat Jacques Vabre in coppia con Yves Parlier, avvenuta nel 1997, quando aveva a 66 anni.

L’ultima navigazione

L’anno successivo, nella notte tra il 12 e il 13 giugno 1998, il mare lo riprenderà con sé. Eric stava veleggiando a bordo del suo Pen Duick diretto in Scozia, dove avrebbe dovuto partecipare a un raduno di barche progettate, quanto la sua amata un secolo prima, da William Fife. Con lui, il fotografo di mare Erwan Quéméré, l’unico oltre a Éric a essere davvero esperto di vela, e tre amici, Antoine e Candida Costa e Jacques-André Rebec.

Come siano andate le cose quella notte è stato spiegato in un comunicato ufficiale rilasciato, a scanso di polemiche, in accordo con la vedova Jacqueline, moglie di Éric e madre di Marie, oggi a sua volta diventata velista come il papà.

Eccone uno stralcio: “Alle 22:30, Éric Tabarly ha deciso di portare la randa e di armare la vela di bonaccia. Ha chiesto a tutto l’equipaggio di partecipare alla manovra. Alla fine dell’abbassamento del corno, un rollio mentre stava per essere afferrato ha causato un’oscillazione da dritta a sinistra. Éric, che stava afferrando la vela in quel momento, in piedi sulla copertura della passerella, è stato colpito sotto il corno all’altezza del petto e gettato in mare a babordo”.

Pur sostenitore del detto “Una mano per l’uomo, una per la barca” e quindi convinto che “durante una manovra o uno spostamento in coperta, bisogna sempre assicurarsi di avere una presa a portata di mano” Éric è senza salvagente né cintura di sicurezza. Viene inghiottito dalle onde di un mare buio e agitato. Il suo corpo sarà ritrovato un mese dopo, nel luglio 1998, da un peschereccio bretone.

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